
Concorde .
Concorde
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Per questa edizione della presentazione annuale dedicata al design - concepita come un intervento ricorrente all’interno dello spazio ufficio della galleria, in concomitanza con le settimane dell’arte e del design milanesi - zaza’ invita Concorde (attualmente Nelly Hoffmann) a sviluppare un’installazione site-specific.
Il lavoro assume la forma di un cancello. La sua costruzione si basa sulla ricomposizione di frammenti di sedie in legno curvato - riconducibili alla tradizione Thonet - insieme ad altri elementi lignei recuperati. Piuttosto che essere trattati come materiali neutri, questi componenti attivano le proprie storie d’uso e le sedimentazioni che li attraversano, venendo assemblati in una struttura che resta leggibile al tempo stesso come citazione e come scarto.
La pratica di Hoffmann si sviluppa a partire da una formazione nel design - nello specifico nella moda - senza però prolungarne i presupposti, quanto piuttosto dislocandoli. Tecniche legate alla costruzione, all’assemblaggio e alla superficie vengono sottratte ai loro regimi originari di produzione e riorganizzate in un campo scultoreo e spaziale. In questo senso, il design non opera come disciplina o categoria, ma come insieme di condizioni materiali e semiotiche da interrogare. Ciò che viene trasposto non è la forma, ma una sensibilità per la fabbricazione, per l’articolazione delle parti e per i codici latenti incorporati negli oggetti.
Il lavoro con elementi lignei trovati - spesso già inscritti all’interno di economie domestiche e decorative - introduce una stratificazione che eccede il semplice riuso. Questi materiali funzionano come portatori di gesti accumulati: tracce di lavoro, di gusto, di standardizzazione storica. La loro ricombinazione produce una sintassi in cui il significato non viene né preservato né cancellato, ma mantenuto in sospensione all’interno della struttura assemblata.
Il riferimento al mobile in legno curvato non è dunque soltanto formale. Storicamente legato alla riproducibilità industriale e alla diffusione di un interno domestico normalizzato, la sedia Thonet si configura qui come frammento critico: un’unità attraverso cui l’organizzazione spaziale e sociale della domesticità viene al tempo stesso evocata e destabilizzata. La sua frammentazione e ricomposizione sospendono la funzione ergonomica originaria, redistribuendola in una struttura che regola il passaggio invece di sostenere il corpo.
All’interno di questa operazione, la domesticità non appare come sfondo neutro, ma come campo costruito, storicamente definito da divisioni del lavoro, forme di produzione genderizzate e regimi d’uso spesso impliciti. Elementi associati al comfort, alla ripetizione e al craft - tradizionalmente allineati a sfere femminilizzate - vengono riorganizzati in un apparato spaziale che trattiene piuttosto che accogliere. Il cancello non si limita a segnare una soglia; rende visibili le condizioni attraverso cui l’accesso viene strutturato, negoziato e controllato.
L’installazione non si limita a espandersi nello spazio, ma lo riorganizza attraverso un linguaggio già interno all’ambiente domestico. Estraendo e ricombinando elementi storicamente legati alla seduta, alla ripetizione e alla produzione seriale, Concorde disloca un vocabolario progettato per stabilizzare il corpo verso uno che ne regola il movimento. Il cancello emerge così non come forma scultorea autonoma, ma come riarticolazione della struttura domestica a scala architettonica, in cui i codici dell’arredo - comfort, standardizzazione, decoro - vengono redistribuiti come condizioni di accesso e di ostruzione. In questo senso, il lavoro non risolve il rapporto tra design e arte, ma espone il design stesso come un sistema storicamente determinato di organizzazione, che può essere smontato e ricomposto senza mai liberarsi completamente delle logiche sociali e di genere che lo attraversano.
ENG
For this year’s annual design presentation - conceived as a recurring intervention within the office space of the gallery, staged in parallel with Milan’s art and design weeks - zaza’ invites Concorde (currently Nelly Hoffmann) to develop a site-specific installation.
The work takes the form of a gate, its construction is based on the recomposition of bentwood chair fragments - referencing the Thonet tradition - combined with other recovred wooden elements. Rather than treating these components as neutral material, the installation mobilizes their prior uses and embedded histories, assembling them into a structure that remains legible as both citation and displacement.
Hoffmann’s practice emerges from a formation in design - specifically fashion - yet does not extend its logics so much as displace them. Techniques associated with construction, assembly, and surface are detached from their original regimes of production and rearticulated within a sculptural and spatial field. In this sense, design does not function as discipline or category, but as a set of material and semiotic conditions to be interrogated. What is carried over is not form, but a sensitivity to fabrication, to the articulation of parts, and to the latent codes embedded within objects.
Her sustained engagement with found wooden elements - often already inscribed within domestic and decorative economies - introduces a layered reading of material that exceeds simple reuse. These components operate as carriers of accumulated gestures: traces of labor, of taste, of historical standardization. Their recombination produces a syntax in which meaning is neither preserved nor erased, but held in suspension across the assembled structure.
The reference to bentwood furniture is thus not merely formal. Historically tied to industrial reproducibility and the dissemination of a normalized domestic interior, the Thonet chair becomes here a critical fragment: a unit through which the spatial and social organization of domestic life is both invoked and unsettled. Its fragmentation and reassembly suspend its ergonomic function, redistributing it across a structure that regulates passage rather than supports the body.
Within this operation, domesticity is not treated as a stable backdrop but as a constructed field, historically shaped by divisions of labor, gendered forms of production, and regimes of use that remain largely implicit. Elements associated with comfort, repetition, and craft - traditionally aligned with feminized domains - are reorganized into a spatial apparatus that withholds rather than accommodates. The gate does not simply mark a threshold; it renders visible the conditions under which access is structured, negotiated, and controlled.
The installation does not simply expand into space but reorganizes it through a language already internal to the domestic interior. By extracting and recombining elements historically tied to sitting, repetition, and serial production, Concorde displaces a vocabulary designed to stabilize the body into one that regulates its movement. The gate thus emerges not as an autonomous sculptural form but as a rearticulation of domestic structure at an architectural scale, where the codes of furniture - comfort, standardization, decorum - are redistributed as conditions of access and obstruction. In this sense, the work does not resolve the relationship between design and art, but exposes design itself as a historically loaded system of organization, one that can be dismantled and recomposed without ever fully relinquishing the social and gendered logics it carries.
Photo credits Agnese Bedini